Ho scritto una canzone, tre anni fa circa.
Un ricordo della Milano che era negli occhi dei miei genitori campani appena arrivati, giovani e combattivi, sballottati nel flusso della corrente migratoria. Nella canzone c’è Milano sullo sfondo e il pugilato davanti, come nell’impareggiabile Rocco e i suoi fratelli, un pugile seduto tra un round e l’altro con alle spalle la proiezione del naviglio e della stazione centrale.
Questa canzone, e io non lo sapevo, scavava una strada che portava a teatro dove avrei incontrato Agostino Sella, un tizio normale che perde la memoria dopo un violento trauma, viene coinvolto in una rissa violenta e senza motivazione.
Agostino si rifugia in un magazzino nel retro della piccola tipografia di famiglia, non ha più memoria ma si circonda di tutta la memorabilia di famiglia, vecchi marchi commerciali, targhette e decalcomanie, materiale accumulato dal nonno e dal padre negli anni. E si sospende lì, fuori dalla cadenza sveglia, spazzolino, colazione, ritmo svogliato e costante del lavoro, due telefonate, un po’ di tv come sonnifero o una pagina e mezzo di libro.
E’ “fuori” dalla corsa, e senza memoria, quindi candido, non contaminato da pregiudizi e veleni pregressi.
E tutti vanno a trovarlo, e tutti finiranno per confidarsi, in questo magazzino pieno di ombre e profili inusuali.
Non è un racconto sportivo e la boxe ci entra a stento. E’ un racconto sulla boxe “condominiale”, di strada, di quartiere, di pianerottolo..quella cui siamo chiamati tutti appena ritorniamo dal sonno. E’ un racconto sui piccoli stratagemmi che ognuno affina per resistere al desiderio di mollare tutto, per allontanare la paura di non farcela.



